| Il Cannocchiale blog .

"Acusmatico è un suono che si sente senza riuscire ad individuarne la fonte"
CULTURA
11 febbraio 2009
QUELLO CHE SCRIVEVA MIA ZIA...

  ...30 e più anni fa è ancora oggi di un' attualità sconvolgente.
Mia zia Erminia Circosta partì missionaria convinta per il Brasile, negli anni '70; le esperienze vissute a contatto con quegli elementi, che dovevano razzolare tanto bene quanto pregavano ma non lo facevano, le fecero cambiare radicalmente opinione su tutto quel mondo che prima di allora l'aveva avvolta.
Si trovò così a lottare  contro meccanismi di potere presenti  anche nel Movimento  di volontari  nel contesto del quale svolgeva attività di promozione umana ed evangelizzazione.
Dirò di più di lei in altri post, anche perchè sta preparando un' autobiografia dopo aver già scritto un libro dal titolo "Movimenti popolari in Brasile di ieri e di oggi" pubblicato dal  MAIS (Movimento per l'autosviluppo l'Interscambio e la Solidarietà) nel contesto di un progetto di cooperazione in Brasile.
Per ora posto alcuni suoi articoli pubblicati all'epoca su dei quotidiani di Belèm (Brasile) il cui valore mi pare quanto mai attuale proprio in questi giorni.
Prendetevi del tempo per leggerli.
Ne vale la pena.


O ESTADO DO PARÁ

Belém, domenica 23 aprile 1978- pag. 6

SCRITTI

DIO, PROIEZIONE DEL CAPO TRIBÚ

La storia dell’umanità è costellata di eroi o leaders come li chiameremmo oggi. I popoli antichi crearono grandi epopee intorno a individui che in qualche modo incarnavano le più profonde aspirazioni degli uomini. Pensiamo a Giuseppe d’Egitto, a Mosé, agli eroi greci e romani fino ad arrivare agli eroi cristiani, ai santi, agli eroi patriottici e politici: Luther King, Gandhi, Kennedy, Mao, Giovanni Paolo XXIII.

Civilizzati o meno, i popoli hanno bisogno di avere i loro leaders. Di fronte a questo fenomeno la moderna scienza della psicologia si mise alla ricerca delle cause e scoprì un immenso universo nella sua stessa psiche umana individuale e collettiva. Un universo psichico nel quale occupano un posto di rilievo le costellazioni degli “archetipi” energie potenziali che al primo contatto con l’aria esplodono dando origine a numerosi simboli che alimentano il pensiero, le iniziative, le aspirazioni e le realizzazioni degli uomini di tutti i tempi.

Si tratta degli archetipi che si agitano nell’inconscio collettivo i quali sono comuni a tutti gli uomini senza distinzione di razza, età, cultura civiltà: nell’uomo primitivo così come nell’uomo dell’era atomica; nel filosofo e nel pescatore. Tra gli archetipi occupa un posto privilegiato quello di Dio, che nel corso dei secoli diede origini a numerosi movimenti: artistici, bellici, morali e religiosi, tra altri.

Il filosofo e teologo cristiano san Tommaso d’Aquino chiamò questo archetipo Dio, presente in tutti gli uomini e in tutti i popoli, “consenso universale”. Una delle cinque prove dell’esistenza di Dio del sistema teologico tomista.

L’erudito psicologo Jung dice che gli archetipi sono cosmici, sono essi che determinano il progresso dei popoli, stimolano gli artisti creano le basi delle religioni, ispirano le eterne leggende, l’amore così come la vita quotidiana.

L’archetipo di Dio è probabilmente il più antico, sorse con le emozioni dei primi uomini i quali si scontravano, per la prima volta, come essere coscienti e diversi, con la natura, sperimentandone la forza invisibile creatrice e distruttrice di se stessa. L’archetipo di Dio è intimamente legato al Padre, cristallizzato anche intorno alle profonde emozioni sperimentate davanti ad un essere forte, glorioso, potente, come il capo del clan, simbolo di Dio.

Nessuno sa se è più antico l’archetipo di Dio o quello di Padre. Sembra però che entrambi vennero alla ribalta della storia dell’umanità fin dall’inizio. Il processo avrebbe come punto di partenza il capo del clan, passando attraverso il padre giusto, punitivo, dell’Antico Testamento, fino ad arrivare al Padre buono e pieno di misericordia del Nuovo Testamento: Padre nostro che sei nei cieli. Perchè in “cielo” ossia in “alto” non a “destra”, a “sinistra”, in “basso”?

Gli uomini di tutti i tempi sempre avvertirono un certo complesso di inferiorità di fronte alle forze della natura. Prendendo coscienza della propria impotenza guardavano verso l’alto, dove, secondo loro, abitava il grande capo del clan proiettato in Dio.

E’quello che succede ancor oggi a ciascuno di noi. Quando ci troviamo di fronte a situazioni difficili, a problemi che superano le nostre capacità umane, rivolgiamo il nostro sguardo verso l’alto, verso Dio, nella speranza che egli risolva i nostri problemi. Il Cielo, per gli antichi, e anche per molti uomini moderni, è simbolo dell’infinito, dell’eterno, del potere. Tutto ciò che si trova in “alto”, affascina, entusiasma, conquista, ispira fiducia, dà sicurezza.

Era logico che i primi uomini proiettassero l’idea di forza colossale e invisibile della natura, con la quale si misuravano continuamente, in un essere la cui abitazione occupava il punto più alto del cielo: la Bibbia parla di Cielo dei cieli, concetto questo che diede origine ad un’altra espressione usata dall’autore biblico nella descrizione del tempio di Gerusalemme: Santo dei santi” Luogo più interno del tempio dove si concentrava la presenza di Javè, luogo inaccessibile, riservato esclusivamente al sommo sacerdote e solo una volta all’anno.

Lo stesso concetto ripreso dalla nostra chiesa si applica al tabernacolo, o sacrario, il luogo più intimo, più distante dal popolo, inaccessibile nelle nostre grandi cattedrali, riservato esclusivamente al sacerdote fino ad alcuni anni fa, e attualmente, dopo le riforme liturgiche, ai diaconi o persone provviste di autorizzazione.

A questo essere proiettato verso l’alto gli uomini attribuiscono poteri assoluti: creare, castigare, punire, perdonare, condannare all’inferno, luogo che secondo i primi uomini e secondo le attuali credenze popolari, non dovrebbe essere molto diverso dalla cantina dove i genitori mettevano in castigo i figli disobbedienti!

Nelle mani di questo dio, onnipotente, gli uomini mettevano armi potenti come il lampo, il tuono, la tempesta, il terremoto, armi che egli utilizzava contro gli uomini che mangiavano il “frutto proibito”. Ancora oggi in pieno secolo XX! questa concezione di Dio è viva in mezzo al nostro popolo, molto sensibile alla pratica di una religiosità magica, superstiziosa, feticista.

Numerosi sono i simboli che emanano da questo archetipo di Dio. Tra essi menzioniamo il sole, simbolo che comanda l’agire umano indipendentemente dalla coscienza degli uomini.

Quando si parla di “fiamma d’amore, fiamma viva di ricordi, oppure dei tanti sacri cuori che tappezzano le pareti di molte case, di ostensorio, portato a spasso in occasione della processione del Corpus Domini, di corone utilizzate per le varie regine, di “cavallo” ecc. anche se inconsciamente si fa riferimento al “sole” simbolo di Dio. Il re in abiti civili non avrebbe alcun significato per il popolo ma nei suoi paramenti reali diventa un altro essere. Un re senza corona e scettro che razza di re è?

Davanti ad un re con la corona, con lo scettro, seduto sul suo trono di gloria i popoli perdono il controllo emotivo e razionale! E’ chiaro che il fascino del potere non risiede nell’uomo ma nella sua corona, nel suo scettro, nel suo mantello tempestato di perle preziose e di fili d’oro intrecciati. La corona del re richiama la corona solare che concretizza e rende visibile l’archetipo di Dio Padre. I gradini che portano al trono simbolizzano la distanza che esiste fra dio e gli uomini, fra il re e i suoi sudditi. L’uomo che siede sul trono, il re, passa dall’ordine materiale all’ordine spirituale. Egli diventa re, padre del popolo, separato dal popolo. Così anche questo uomo-re diventa inaccessibile come Dio e per questo si sente signore assoluto del popolo su cui esercitare poteri di vita e di morte.

Ricordiamo qui il carattere sacro dei re nel contesto storico-religioso del popolo ebreo e le usanze vigenti nel medio evo quando i monarchi ricevevano la corona, ossia il potere, dalle mani del papa, gesto che garantiva i monarchi la condivisione del potere divino e perciò stesso la consolidazione del potere e il diritto di disporre a piacimento della vita dei sudditi:”Qualunque autorità viene da Dio” sostenevano e ancora:” La volontà del re è la volontà di Dio”. Chi trasgredisce gli ordini del re offende Dio”.

E’ successo che nel corso dei secoli, in nome di questa “autorità che viene da Dio” furono commessi atroci delitti contro la vita fisica e la dignità delle persone. Per queste atrocità possiamo forse responsabilizzare Dio?

Oggi i “re” sono quasi passati di moda e i due poteri, temporale e spirituale, nella società occidentale, si dicono indipendenti e autonomi. Ma fino a che punto sono indipendenti e autonomi?

Nonostante ciò quando un individuo, nei vari settori di attività umana, riceve l’investitura di qual si voglia potere, si esige la presenza del rappresentante di Dio, perché benedica e consacri il potere e tutte le sue manifestazioni, anche quelle che cozzano con il buon senso e le legge naturale insita nelle coscienze.

Generalmente fanno appello a questo archetipo di Dio anche i leaders politici durante le campagne elettorali. Individui che non sono mai entrati in una chiesa, durante al campagna elettorale si improvvisano devoti peregrini e passano da un santuario all’altro, da una chiesa all’altra per presenziare le messe di maggiore partecipazione. Occupano i primi posti affinché tutti possano prendere atto del loro fervore religioso. Gli elettori si sentono rassicurati da un uomo politico il cui potere umano conferitogli dal voto popolare, attraverso l’approvazione e la benedizione di Dio, acquista anche carattere divino che lo rende inviolabile.

Al momento di dare il voto, il simbolo di dio salvatore si materializza nella persona di quel leader buono e potente, come dio!.

Un simbolo religioso molto significativo che richiama il sole, è la tiara papale, espressione tipica dell’archetipo di dio padre. Il papa è considerato, per diritto, il rappresentante di dio in mezzo agli uomini. Il trono papale, i pulpiti, gli altari tradizionali sono tutti elementi che rimandano alla concezione e all’archetipo di Dio Padre che è nei cieli. Salendo i gradini che portano all’altare, al trono, il sacerdote si separa dal popolo, come dio, egli si pone ad un livello superiore, diventa inaccessibile, se trasforma e assume il ruolo di dio padre. Forse è questo desiderio di continuare a rappresentare il ruolo di dio padre, l’onnipotente, il santo, l’intoccabile, che induce il francese Lefévre e i suoi seguaci sparsi per il mondo cattolico fondamentalista, a mantenere la sacra e intoccabile tradizione! Perché molti sacerdoti, soprattutto se religiosi, non vogliono dismettere la tunica nera?

Per la maggior parte del popolo l’archetipo di dio è simbolizzato dall’autorità in uniforme. L’uniforme separando le autorità dal popolo garantisce loro il potere e il rispetto. Se un vescovo, un cardinale, un militare si toglie l’uniforme egli si volgarizza, perde il suo potere,, il suo prestigio, si sente insicuro.

Ogni tanto vaga nella nostra città qualcuno che veste la veste talare o una divisa e si presente come dirigente di opere di carattere umanitario e religioso, in realtà altro non è che uno sfruttatore e impostore. Nonostante ciò in virtù della veste talare che porta riesce sempre a battere cassa. E’ il caso di un certo Monsignor Divino Alves Ferriera, che ebbe il coraggio di presentarsi nello studio di un’emittente radiofonica per presentare gratuitamente la sua pubblicità truffa.. Conosciamo anche qualche missionario che in terra di missione non usa veste talare ma quando si reca in patria con l’obiettivo di chiedere aiuti per le sue attività, più o meno caritative, tira fuori dal cassetto la vecchia e sbiadita veste talare!

Simbolo dell’archetipo di dio padre possono essere anche considerati le associazioni, soprattutto quando sono gruppi chiusi, enti caratterizzati da una forte coesione,: associazioni religiose, sette religiose, così come organismi fiancheggiati da partiti politici o enti filantropici.

Siamo certi che una massa di uomini non avrebbe creato uno dei maggiori movimenti della Storia se Hitler, per questi uomini, non fosse stato simbolo dell’archetipo di dio salvatore.

Altro archetipo intimamente legato a quello di dio padre è l’archetipo della coscienza di colpa, così generalizzato e universale che meritò l’appellativo di “peccato originale”.

danza
23 gennaio 2009
NICHOLAS BROTHERS in Stormy Weather
danza
22 gennaio 2009
CARMEN AMAYA
Questa sera a Villa Medici si proiettano due film sul flamenco all'interno della rassegna "Cinémathèque de la Danse". Qui trovate maggiori informazioni:
http://www.villamedici.it/privato/articoli/328/italiano/Cinémathèque%20de%20la%20Danse%20ITA.pdf

Per intenderci, Carmen Amaya faceva questo:


Scusate se è poco.
musica
16 gennaio 2009
OSUNLADE A ROMA!!!!!!

Questo Rising.Love fa davvero belle cose.
Dopo il dj set di Dorfmeister dei primi di dicembre (che ho perso, tra l'altro) propone nella one-night del 30 gennaio prossimo nientemeno che Osunlade, l'artista newyorkese dalla discografia infinita: 3 cd "ufficialissimi" all'attivo, Paradigm uscito nel 2001, Aquarian Moon nel 2006 seguito l'anno dopo da Elements Beyond, più almeno 3 lavori minori su cd/lp e una sfilza di remix/collaborazioni che spaziano ovunque tra Incognito, Zero 7, Roy Ayers, Cesaria Evora, Masters at work, Atjazz, Jazztronik, India Arie, Henrik Schwartz,.....bastano?
La sua musica è influenzata dalle tradizioni spirituali della religione Yoruba, diffusa inizialmente in Nigeria e Benin e portata in America al tempo della tratta degli schiavi.
Alcune teorie legano questa "infiltrazione" culturale alla nascita del Blues.
In basso posto qualche suo lavoro.
Sentite che eleganza.
Bella serata.

http://www.risingrepublic.com/    Via delle Conce, 14 [zona Ostiense]

 VEN# 30.01.09

CLUB DEVOTION
OSUNLADE /DJSET /SOUL - FUNK - HOUSE

Osunlade - Soninsikart


Osunlade - Blackman



Osunlade - Pride


Come per Charles Webster, non bisogna fare l'errore di considerare Osunlade un semplice dj.
E' un artista poliedrico che quando non gira dischi gira il mondo con la sua Yoruba Orchestra e fa queste "cosette" qui:

Osunlade and Yuruba Orchestra @ Miami Jazz Festival

Osunlade and Yoruba Orchestra live @ Cargo, Londra
(peccato per il sonoro...)

cinema
15 gennaio 2009
LA BANDA (The Band's Visit)
 

Ripensate ai tanti film prodotti con budget multimilionari e cast stellari, annunciati come dei capolavori.
Bene, dopo aver visto questo film vi verrà da sorridere.
"La Banda" è il primo lungometraggio di un regista israeliano, girato con attori sconosciuti ma assolutamente validi.
Presentato a Cannes, nella sezione “Un Certain Regard” il film è uscito in Italia a marzo 2008 ma è passato in punta di piedi sia in sala che nel circuito home video.
E’ un vero peccato perchè questo è proprio un esempio di come un certo cinema riesca a far sentire più leggeri.
A me ha ricordato molto "Il cielo sopra Berlino"; quella lentezza pastosa, la sensazione di poter quasi toccare i pensieri dei protagonisti, quella straodinaria capacità di recitare poesia esistenziale con delle immagini, con delle atmosfere, attraverso piccoli particolari.

La Banda - Eran Kolirin

(Cos' è l' Amore?)

L'azione non è semplicemente "rallentata"; ha tempi profondamente umani.
Se durante la visione de "La Banda" smaniate e non riuscite a seguirne il tempo narrativo, molto probabilmente la giostra della vostra vita sta girando talmente veloce che non vi è più possibile scendere; potete solo chiudere gli occhi e sperare che qualcuno o qualcosa vi tiri giù.
Forse proprio la visione di questo film.
Queste sono le dichiarazioni dello stesso Kolirin:
“È semplice dimenticare le cose che H&M, Pull, Bear e Levi’s, tra gli altri, ci hanno fatto dimenticare. Col tempo, abbiamo dimenticato anche noi stessi.
Molti film hanno affrontato le ragioni per cui non esiste la pace nella regione, ma mi sembra che siano stati pochi quelli che si sono posti la domanda ‘perché abbiamo bisogno della pace?’. Abbiamo perso le cose più naturali, impegnati come eravamo nelle conversazioni incentrate solo sui vantaggi e gli interessi economici.
Alla fine, sono sicuro che mio figlio e quello del mio vicino si incontreranno in qualche centro commerciale con le luci al neon sotto un’enorme insegna di McDonald’s. Forse è una consolazione, non lo so. Quello che è certo, è che abbiamo perso qualcosa in questo percorso. Abbiamo scambiato il vero amore con i rapporti fugaci di una notte, l’arte con il commercio e abbiamo dimenticato il legame tra gli esseri umani e la magia della conversazione, perché la nostra unica preoccupazione era quanto grande fosse la fetta della torta su cui potevamo mettere le mani”.
 

La Banda - Eran Kolirin

(Lezione d'Amore...)

La storia è semplice semplice: i componenti della banda classica appartenente alla polizia egiziana si recano in Israele per un concerto; a causa di un disguido sul nome della cittadina che dovrà ospitare l'evento gli 8 si ritrovano in una piccolissima città sperduta, in cui non succede mai nulla; con difficoltà fanno conoscenza con alcuni abitanti del posto che alla fine si offrono di aiutarli per passare la notte.E proprio nell'arco della sera/notte, come per miracolo, gli eventi faranno cadere antiche e odiose barriere; tra musulmani e cristiani, tra padre e figli, tra marito e moglie, tra uomo e donna.
Durante la visione si alternano momenti di profonda riflessione e situazioni comico/ironiche create con intelligenza e sensibilità uniche.
Non è facile trovare film che fanno pensare col sorriso sulla bocca.

La Banda - Eran Kolirin


(....e d' umanità)

Vedetelo.
Merita.
musica
14 gennaio 2009
LAURYN HILL - LOSE MYSELF
LOSE MYSELF

(if that interest anyone)

I used to do it for the love a long time ago
And all I ever wanted was love
I used to love without fear a long time ago
And all I ever wanted was love
Then somebody came around and tried to hurt me
Tried to make me feel like I was unworthy
Took a pure love and tried to make it dirty
Truth was they never did deserve me
No!

Chorus:
I had to lose myself so I could love you better
I had to lose myself, had to lose myself so I could love you better
Had to lose myself, had to lose myself
So I could love you better
Had to lose myself in love
And that’s just the way it is…

Couldn’t tell me I was love when I needed it
When, all I ever wanted was love.
Should a told me just me because!
I’m worth receiving it
But all I ever wanted was love
There’s is something awkward about the selflessness it takes to
Give love and the good that it makes you!
True love can never really forsake you
But it took a little while just for me to see!

Chorus:
I had to lose myself so I could love you better
I had to lose myself, had to lose myself so I could love you better
Had to lose myself, had to lose myself
So I could love you better
Had to lose myself in love
And that’s just the way it is…

I had a paralyzing fear of facing failure
And I couldn’t love you perfectly with fear in my head
So I perilously had to face the danger
So I could come back and love you whole instead
All of your soul I said!
So I could make it better

Chorus:
I had to lose myself so I could love you better
I had to lose myself, had to lose myself so I could love you better
Had to lose myself, had to lose myself
So I could love you better
Had to lose myself in love
And that’s just the way it is…

B-Sec:
And so it goes that I never meant to hurt you
Couldn’t stay but I never meant to desert you
Whole lot a things I just had to work thru
Time to heal and restore myself worth too
Confrontation of my fears and anxiety
Cried a whole lot years I suffered quietly
And though it may have taken years I can finally!
Tell you that you were always on my mind!

Chorus:
I had to lose myself so I could make it better
I had to lose myself, had to lose myself so I could make it better
Had to lose myself, had to lose myself
So I could make it better
Had to lose myself in love
And that was just the way!

Bridge:

Takes strength to absorb all the abuse I did
Great love to absorb all the misuse I did
Hey baby it’s not an excuse I give.
And I’d do it all again because for you I live

Takes strength to absorb all the abuse I did
Great love to absorb all the abuse I did
Hey baby it’s not an excuse I give.
And I’d do it all again because for you I live

Chorus:
I had to lose myself so I could make it better
I had to lose myself, had to lose myself so I could make it better
Had to lose myself, had to lose myself
So I could make it better
Had to lose myself in love
And that was just the way!
And that was just the way it is…

Lauryn Hill - Lose Myself

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permalink | inviato da pensieriacusmatici il 14/1/2009 alle 12:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
cinema
9 gennaio 2009
PROSSIME RASSEGNE CINEMATOGRAFICA A ROMA

Per chi ama visceralmente il cinema sono in arrivo due appuntamenti da non perdere:
l'Istituto Giapponese propone, dall' 8 gennaio al 12 marzo, una rassegna di 24 film diretti da alcuni tra i più noti registi nipponici: SHOHEI IMAMURA, NAGISA OSHIMA, AKIRA KUROSAWA, KON ICHIKAWA, SEIJUN SUZUKI.
Le proiezioni sono impegnative; le pellicole  sono in audio originale con i sottotitoli in inglese.
Il rischio di vedere un altro film è dunque altissimo ma per qualche titolo in particolare vale la pena osare.
In più è prevista per il 13 gennaio una conferenza con Marco Muller, attuale direttore del Festival di Venezia e di fatto massimo esperto italiano di cinema orientale.
Per maggiori info potete andare qui:
http://www.jfroma.it/attivita/cinema.htm

La chicca del mese però è la rassegna dedicata a Jean Eustache, in programma a Villa Medici dal 13 al 18 gennaio.
Ho letto più di qualcosa riguardo ai suoi film ma non li ho mai visti per intero.Solo qualche spezzone caricato su Youtube mi è bastato per capire che l'occasione è davvero unica.
Se non conoscete Eustache date un'occhiata al comunicato stampa presente sul sito ufficiale di Villa Medici, che contiene anche il calendario delle proiezioni:

http://www.villamedici.it/privato/articoli/326/italiano/PROGRAMMA%20Eustache.pdf

 


"Eustache fa dei film che sfuggono alle regole di mercato; uno fa cinquanta minuti, l'altro tre ore e quaranta. E non importa la loro durata, ciò che salta agli occhi, oggi, è la loro limpida bellezza, la loro intelligenza, la loro comicità, la loro libertà. Si ha la sensazione di partecipare a qualcosa di importante – come quando parliamo alla persona che amiamo, o come quando prepariamo un atto politico. É impossibile andare a vedere un film di Jean Eustache così tanto per passare il tempo; anzi rischia di ampliare il tempo, e vi sorprenderà talmente che la vostra serata, e tutte quelle che seguiranno, saranno essenzialmente consacrate a vivere e a pensare in base a quello che il film avrà aperto nella vostra vita. Ci sono coloro che hanno la fortuna di avere già visto La maman et la putain; e coloro che hanno la fortuna di non averlo ancora visto. È un film del 1973, è stato proiettato a Cannes, dove ha fatto scandalo e ha ottenuto un premio. Ci sono Jean-Pierre Léaud, Bernadette Lafont e Françoise Lebrun. Sono tutti e tre appassionanti , selvaggi, e tormentati. I loro desideri hanno la bellezza dell'ostinazione. Parlano a dirotto, come se si gettassero nelle fauci di un lupo. I loro dialoghi, in cui si incontrano Marcel Proust e Georges Bataille, formano uno dei migliori romanzi degli ultimi trent'anni. E poi c'è Parigi, il Café Flore, le notti di monologo, e l'effervescenza della disperazione che illumina gli appuntamenti amorosi del colore dell'aurora. La maman et la putain agirà su di voi come una dichiarazione d'amore, come un manifesto. Forse cambierà la vostra vita. Una volta visto, non parlerete più nello stesso modo, il vostro modo di amare cambierà – forse amerete addirittura meglio."

Come si fa a perdere questa rassegna?
Spero veramente di vederli tutti; per scriverne lungamente.

musica
8 gennaio 2009
Sidsel Endresen & Bugge Wesseltoft - Try
Keep on looking
you keep on searching
you keep on moving
and you get a little further
you keep on trusting
you keep on hoping
you keep on facing your faith just to keep on growing

just try...try..you just try

keep on wondering
you keep on asking
keep on reaching
keep on taking chances
keep on longing
you keep on dreaming
keep on doing what you do never give up believing

just try...try..you just try
you just try....try...just try

maybe your world shakes
you try to hold on
maybe your heart breaks
just keep on loving
maybe you'll find out
it's meant to be this way
maybe you'll learn this
or maybe we'll learn this

keep embracing each day keep on yearning
keep on making mistakes just to keep on learning
keep on giving, you keep on wanting
keep on fighting, just get up every morning
and try...try....just try
you just try...try....just try
you just try...you just try...just try

musica
7 gennaio 2009
I POETI DI SETTE ANNI



26 dicembre 2008: ero a Latina per le feste e dietro consiglio/invito della sempre ben informata Katuscia, la sera di Santo Stefano vado all' Offishina (http://www.myspace.com/offishina), uno dei pochissimi locali del capoluogo che può vantare una certa costanza nel proporre musica dal vivo di qualità.
Trovo sul palco questa band di Latina di cui non avevo mai sentito parlare:
"I poeti di sette anni".
Mi avvicino al palco leggermente scettico e provo ad isolarmi un pò dagli altri.
Quando i Poeti attaccano a suonare viene giù il locale; ebbene sì, questi ragazzi nati e cresciuti a Latina, suonano forte, ma forte davvero.
Giudicate voi stessi andando sul loro Myspace:
http://profile.myspace.com/index.cfm?fuseaction=user.viewprofile&friendid=181530694
La band è composta da Daniele Fiacco (voce), Daniele Cinto (chitarra), Fabio Testa (basso) e Ilario Parascandolo (batteria) e questa è la tracklist del loro cd promo, completamente autoprodotto:

- Ghiaccio
- Helwein
- Pagina 6
- Per te non esisterò
- Embolia
- Gelidi campi




Dopo l'esibizione e una inattesa (?) tiepida reazione del pubblico (ecco la fonte dei miei pregiudizi) mi sono lanciato nel backstage per parlare un pò con loro; tra presentazioni e congratulazioni per l'ottima performance mi hanno fatto avere delle copie del cd che ho immediatamente inserito nel caricatore della macchina.
A causa dello streaming, su myspace il sound non rende abbastanza ma vi assicuro che, se ascoltato a dovere con un impianto adeguato, questo cd vi farà bollire il sangue.
Con questa musica è davvero un bel viaggiare; sulla Pontina, tornando a Roma, le 6 tracce sono volate via in un attimo e dopo l'ultimo giro di chitarra mi sono ritrovato a desiderarne ancora.
Davvero un ottimo lavoro.
E d'altronde quello che dicono di loro rivela senza ombra di dubbio una personalità artistica molto forte:

“Non ci interessa strumentalizzare una canzone. L’ arte racconta sempre se stessa, anche quando intreccia i suoi fili al mondo in cui viviamo. Non ci interessa l'appartenenza a partiti e religioni perché un Artista o non appartiene a nessuno o è un giullare di corte. Non facciamo propaganda di nessun tipo. Non ci interessa raccontare storielle estive finite male, non ci interessano i tradimenti, non ci interessano le dipendenze affettive spacciate per grandi amori. Il sesso ci interessa principalmente quando lo facciamo e non lo usiamo per attirare il pubblico. A volte può essere una tematica interessante, ma è una delle tante. A volte invece è più di una tematica, è ciò che più si avvicina alla creatività. Non veniamo qui a raccontare quanto la vita sia difficile e piena di sofferenza. Non siamo vittimisti, non siamo moralisti, non ci piace il dolorismo. Non conosciamo valori assoluti da imporre e non abbiamo nulla da insegnare. In poche parole siamo italiani atipici. Lavoriamo sulle suggestioni, sulla visceralità emozionale, sul mutamento continuo di ogni cosa. Ci ispirano i corpi, i paesaggi, le opere d'arte, le situazioni interessanti che acuiscono il nostro sentire e ci fanno desiderare”.

Una bella manifestazione di intenti, impegnativa da portare avanti ma in cui mi ritrovo senza riserve.
Cercando su Youtube ho trovato anche un breve assolo del batterista Ilario Parascandolo.
Lo inserisco perchè, come la voce di Daniele Fiacco e le potentissime chitarre di Daniele Cinto e Fabio Testa, merita davvero l'ascolto. 

Drum solo : Ilario Parascandolo

arte
5 gennaio 2009
Bill Viola - Visioni interiori *ottobre 2008/gennaio 2009*



N
on avevo mai sentito parlare di quest’artista.
E quando a luglio 2008, passando di sfuggita al Palaexpo, ho letto il curriculum di Bill Viola nel volantino di presentazione della nuova stagione 08-09, sono rimasto sconcertato.
Ed è sempre lo stesso sconcerto; quello che mi coglie quando mi accorgo che le mie ricerche si sono rivelate ancora una volta insufficienti.
Mi risulta insopportabile pensare che un personaggio come Viola, attivo nella videoarte fin dai primi anni ’70, sia rimasto a me sconosciuto fino a qualche mese fa.
Tutta questa ricerca, questi studi, queste indagini fatte su internet, nei forum , sui giornali, parlando con persone che ne sanno evidentemente più di me…..e alla fine….mi accorgo che non è mai abbastanza.
Le possibilità di fare belle esperienze e vivere momenti di crescita sono infinite e ti scappano continuamente via dalle mani.
E’ certamente normale che sia così, ma è altrettanto certo che sia frustrante.
Tornando a Viola, un giorno di dicembre io e Terry, una collega di lavoro (che tra l’altro è anche lei autrice di un interessantissimo blog, http://terryesprime.splinder.com/ ) decidiamo di andare al Palaexpo per la mostra.
Nessuno dei due ha idea di cosa potremmo trovare.Ma per questo motivo ne siamo ancora più attratti.
Salite le scale e girato un angolo entriamo in un’anticamera buia che introduce al percorso della mostra.
La prima installazione è “The Crossing”: un uomo cammina da un punto lontano verso l’osservatore; avanzando la sua figura si ingrandisce sempre di più.
Improvvisamente l’uomo si ferma e dopo qualche secondo una goccia cade dall’alto, precisamente sul suo capo.Poi un’altra e un’altra ancora, poi tante insieme e infine in un crescendo rumoroso, una piccola cascata investe la figura, trasfigurandola e sciogliendola nell’elemento acqua, di cui diventa parte.
La stessa cosa succede nella seconda parte; cambia solo l’elemento.
Questa volta è il fuoco che investe e divora la figura:

Bill Viola - The Crossing


Come in tutte le installazioni, l’intera scena è proiettata al rallentatore, per indurre nello spettatore una drastica decelerazione dei ritmi abituali, indispensabile per calarsi nello spirito della mostra.
D’altronde la brochure spiega chiaramente che questo è “un viaggio creato per chi è alla ricerca del sé.Si comincia con l’annientamento del vecchio Io.Per questa ricerca il corpo non serve più, possiamo bruciarlo o annegarlo.”
L’esperienza sensoriale stimolata dalla scena è devastante.Il suono assordante della cascata unito alla visione della sublimazione simbolica dell’Io ti proietta all’istante in un mondo irreale fatto di sensazioni e ricordi.
Questo stato d'animo rimane intatto davanti a "Surrender":



Qui le immagini degli attori sono riflesse nell'acqua e non appena divengono chiare e limpide vengono distorte nuovamente a seguito della perturbazione del liquido causata dall' immersione dei visi nello specchio d'acqua.
Questo effetto di distorsione confonde continuamente lo spettatore la cui mente viene all'istante proiettata al mito di Narciso.
Arrivati alla terza installazione, "Emergence" (dalla brochure: ”arrendersi di fronte alla consapevolezza di poter nello stesso tempo morire e nascere”) ci troviamo di fronte alla nascita di un essere umano da un pozzo ricolmo d’acqua; il suo corpo già dopo poco morente viene preso in consegna da due donne che se ne prendono cura, adagiandolo delicatamente a terra.
L’iconografia è di fatto riconducibile alle numerose Pietà scolpite e dipinte durante il Rinascimento; il fascino dell’insieme è però arricchito da particolari di grandissimo impatto visivo-emotivo come il movimento del velo d’acqua che tracimando dal pozzo invade la scena o le espressioni delle due donne che dilatano indefinitamente i sentimenti di commozione e compassione legati ai momenti nascita-morte.
La scena è indubitabilmente shockante, anche per chi, come me, deve fare uno sforzo enorme per escludere a tutti i costi il rimando evidente alla figura del Cristo.

Bill Viola - Emergence


Proseguendo troviamo 2 installazioni minori attigue; nella prima, Catherine's Room, composta da 5 piccoli monitor, si accomunano concettualmente le stagioni dell’anno alle stagioni della vita umana.
Sui piccoli schermi c’è una stanza, sempre la stessa, all’interno della quale l’attrice-interprete si muove e compie dei gesti quotidiani che sono in diretta correlazione col susseguirsi delle stagioni, chiaramente espressa dalla differenza della luce naturale che proviene dalla finestra.
Le scene si ispirano alla storia di Santa Caterina e la sua scelta di vivere un vita comteplativa ma il tutto si può contestualizzare in un ambito "moderno" se si considerano come espressioni del desiderio di vita interiore di una donna contemporanea.

Bill Viola - Catherine's Room



 
    

Nella seconda installazione, "Four Hands" composta anch’essa da 4 piccoli monitor, vediamo delle mani in primo piano che compiono dei gesti, alcuni comuni e noti, altri retorici o propri di culture orientali; la composizione rimanda al concetto di comunicazione non verbale rivelando la possibilità di creare con le mani delle vere e proprie sculture tridimensionali cariche di significato vivente.
E’ interessante soffermarsi sulle differenze tra il movimento lento e quasi “ponderato” della quarta ed ultima mano, callosa e raggrinzita, e le movenze rapide ed ariose della prima, evidentemente più giovane.

Bill Viola - Four Hands


Andando avanti nel percorso incontriamo un altro grosso monitor che proietta “The departing Angel”:
Dalla brochure: “immerso in un utero d’acqua, contenitore dell’incontenibile, il Sé nasce e rinasce.”
Anche qui, come in “The Crossing” il sonoro si accoppia al visivo rafforzandolo potentemente in modo da far diventare un normale tuffo “di testa” la metafora di una rinascita spirituale.
Proiettando l’azione al contrario e al rallentatore passiamo infatti dalla quiete visiva incorniciata solo dal minimale e cupo brontolio creato dall’acqua, al fragore “bolloso” causato dalla perturbazione del liquido stesso indotta dal corpo umano che viene quasi sparato fuori, capovolgendo la legge di gravità.
La chiave di tutta l’installazione è secondo me nel sonoro; la differente densità dell’acqua rispetto per esempio all’aria ha come conseguenza un diverso trasferimento dei suoni, che perciò arrivano allo spettatore ovattati e rallentati.
Questi suoni cullano delicatamente lo spettatore e per qualche istante ci si risente davvero galleggianti nella placenta pre-natale.
Una bella sensazione, profondamente primordiale.
Purtroppo su Internet non ci sono video di qualità accettabile per questa installazione.
Posto solo una foto.Peccato, perchè l'insieme è molto affascinante.

Bill Viola - The Departing Angel


Proseguiamo e arriviamo così ad una strana installazione: "The Veiling"
Un proiettore rotante crea dei giochi di luce su 9 grandi velari sospesi al soffitto.Si formano delle immagini di un uomo e una donna cha vagano in una foresta senza incontrarsi mai.La scena è molto inquietante e difficile da interpretare all’istante.Ti senti “perso” tra la vegetazione selvatica e pensi di vivere un allucinazione, tanto è strano l’effetto della luce che passa attraverso i piccoli fori dei velari.
In sottofondo tipici suoni silvestri amplificano le sensazioni e rendono il tutto davvero impressionante.
Anche qui, niente video.

Bill Viola - The Veiling


La prima parte della mostra si conclude con “Bodies fo light”.
Su due schermi in bianco e nero appaiono le figure in ombra di un uomo, a destra, e una donna, a sinistra.
Se ne notano perlopiù i contorni mentre l’azione di un globo di luce accecante che scorre lentamente su e giù alternativamente sulle figure dell’uomo e della donna scopre ogni volta uno strato “vitale” diverso (le arterie, lo scheletro, gli organi interni) fino ad arrivare ad una nuova totale disintegrazione dei corpi.

Bill Viola - Bodies of light


Uscendo da quest’ultima camera oscura si torna nella luce dei corridoi del Palaexpo per prendere un po’ di respiro ed elaborare per qualche minuto le immagini stampigliate nella mente.
E’ quasi obbligatoria una pausa dopo tutta questa pressione.
Alla ripresa del percorso troviamo una serie di piccole installazioni dove il tema dominante è il prolungamento all’infinito di sensazioni, stati d’animo e movimenti corporali ad essi collegati,
attraverso la proiezione di scene molto molto rallentate.
A partire dal più impressionante, “Silent Mountain” in cui vediamo il sentimento della collera crescere e manifestarsi attimo per attimo, passando per “Anima”, “Dolorosa” e “Locked Garden” che dilatano indefinitamente le emozioni che sono dietro ad una risata, ad un pianto o alla scelta di isolarsi nel proprio mondo, arriviamo ad “Observance”, una grossa installazione che propone una sorta di processione lentissima di uomini e donne che avanzano a turno per vedere un qualcosa di non definito, posto a terra dinanzi a loro.
Per lo spettatore, il fascino dell’azione sta proprio nell’immaginare cosa mai provochi questa curiosità e questo sentimento di pena che si forma lentissimamente sui visi degli accorsi.
Davvero molto interessante.

Bill Viola - Silent Mountain
 

Bill Viola - Anima


Bill Viola - Dolorosa  /  Locked Garden
 

Bill Viola - Observance


Anche nella successiva postazione, “The Greeting” si rimane affascinati nell' osservare la variazione nella dinamica emozionale che si potrebbe cogliere se si guardasse al rallentatore quella che è una comunissima scena quotidiana.
Normalmente non ce ne accorgiamo ma l’inserimento di un terzo elemento durante un colloquio tra due persone scatena tutta una serie di cambiamenti nei soggetti interessati, a livello di semplice posizione, di espressioni facciali e di gestualità; il fascino dell’installazione sta proprio nell’interpretare e magari anticipare queste dinamiche.

Bill Viola - The Greeting



Per le ultime 2 installazioni riporto il commento della brochure, credo molto eloquente:
“Ma perché la sofferenza?La risposta è in “Memoria”: la brevità della vita in un mondo appena illuminato, sgranato, aggrappato a un sudario di seta che si muove impercettibilmente. Talmente fragile quest’esistenza, talmente facile varcare la soglia, solo un passo oltre una parete d’acqua, trasparente “Ocean without a shore”, ed eccoci di nuovo tornati al principio.”

Bill Viola - Memoria
   
 

Nell’ultima installazione, "Ocean without a shore" per l’appunto, si proietta un video della durata di ben 130 minuti in cui si coglie davvero la fragilità della vita umana.
Passare dall’oscuro e tenebroso mondo della non vita al colorato universo dell’esistenza sensibile è facile come attraversare un velo d’acqua.E’ interessante notare quanto sia difficile invece il contrario.Sul volto dei vari personaggi che si alternano nell’azione si notano svariate emozioni che vanno dallo spaesamento iniziale, alla meraviglia davanti al creato, al desiderio di vivere appieno, alla consapevolezza dell’impossibilità, talvolta, di riuscire a farlo ma soprattutto alla difficoltà nel lasciare questa vita, anche se spesso viene vissuta con sofferenza.
Perché in fondo la vita è il dono più importante e meraviglioso che abbiamo ricevuto e non importa chi ce l’abbia fatto.
Come per ogni artista che si rispetti, anche per Viola il “memento mori”, il riattraversarmento in senso opposto del velo d’acqua verso la morte, diversa dalla non vita iniziale, è un attimo carico di suggestioni e occasione per profonde riflessioni.

Bill Viola - Ocean without a shore


Per gli estratti dei video potete andare sul sito del Palexpo ma, poichè la mostra è finita il 6 gennaio, sinceramente non so per quanto rimarrano online.
http://www.palazzoesposizioni.it/billviola/home_ita.htm

DIARI
5 gennaio 2009
Stanotte non ho chiuso occhio
Che notte.
Stanotte ho dormito poco e male; non mi capitava da tempo.
Mi sono svegliato 3-4 volte, e dopo l'ultima non sono più riuscito a prendere sonno.
Ho provato con la musica, con il libro.
Niente.
Qualcosa mi teneva sveglio e io ho una idea a riguardo; ma una parte di me si rifiuta di considerarla.
Non è possibile, non ci posso credere.
Va bene...questa comunicazione di servizio serve solo per introdurre il post di Bill Viola che ho scritto proprio stanotte, tra Coldplay, Thom Yorke, Peace Orchestra, Tosca, Mo'Horizons, Cassius e mille altre cose che ho ascoltato in sottofondo...alla ricerca del sonno perduto.



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musica
29 dicembre 2008
AEOLIAN HARPS (Parco della musica, 5 dicembre 2008)

N on so se vi è mai capitato di ascoltare un suono particolare e stupirvi nel realizzare all’istante che sebbene l’abbiate già sentito decine di altre volte, magari inserito in un brano musicale o in uno spot, non avreste mai immaginato che proprio quella che avete scoperto potesse esserne la fonte.
A me è capitato più di una volta; l’ultima della serie il 5 dicembre scorso, all’Auditorium, durante una sessione di arpe eolie eseguita da Mario Bertoncini

 
Le Arpe Eolie installate da Mario Bertoncini sul palco del Teatro Studio.

Con il termine “Arpa Eolia” si definisce uno strumento, anche sui generis, posizionato in modo tale che il vento o un qualsiasi flusso d’aria faccia vibrare le sue corde, producendo di conseguenza un suono.
Sentite che cosa può venirne fuori:




Per le esecuzioni Bertoncini ha usato tre tipi diversi di arpe, ognuna con un suo modo peculiare nella forma e nella disposizione delle corde.
La funzione del vento era assolta dal semplice soffio umano, da piccoli ventilatori e infine da due flussi d’aria, d’intensità variabile dall’esecutore, provenienti da 2 cannule collegate ad un compressore d’aria.
La vicinanza e l’inclinazione di tali cannule rispetto alle corde, produceva suoni diversi, inconsueti ed affascinanti che avevo già sentito in vari album ambient-downtempo e sono sicuro (quantunque ancora da identificare) anche in vari samples usati dai Prodigy .
Armatevi di una buona cuffia, un po’ di pazienza (non dimenticate che in teoria è il vento che suona) e ascoltate qualche estratto di questo cd di Bertoncini che rende bene l’idea:
http://www.boomkat.com/item.cfm?id=114899   (in basso nella pagina ci sono i link)

  

Queste sonorità creano atmosfere cariche di sensazioni ancestrali e profonde.
A me hanno fatto venire in mente i racconti di Edgar Allan Poe , tanto erano sinistri e magneticamente affascinanti.
Chiudendo gli occhi immaginavo meccanismi diabolici fatti di asce, pendoli, corde, argani, alabarde appuntite, piani inclinati e sfere che rotolando mettono in funzione trappole perverse e spietate.
Poi venivo proiettato in vaste distese spazzate dal vento, in boschi nordici di fittissime conifere o in macchie mediterranee di pini marittimi.
Un signore seduto dietro di me chiedeva alla compagna se fosse possibile creare un partitura; questo perché ad un profano può sembrare che l’esecutore suoni a caso.
Non è così.
Il vento suona senza nessuna regola e soprattutto mai la stessa melodia.
Un esecutore può invece creare delle note precise variando l’intensità del flusso e il punto della corda che viene da esso investito.
 
Per concludere riporto l'esempio di questi pazzi che improvvisano sul suono di arpe eolie con percussioni, archi e chissà quali altri marchingegni.
L'effetto finale però non è niente male:




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musica
22 dicembre 2008
CHARLES WEBSTER AL MOXA CLUB



Q
ualche volta i sogni si avverano.
Sabato scorso al Moxa Club di Mantova il primo dj set italiano di nientemeno che Sua Altezza Charles Webster.
Un anno dopo averlo contattato quasi per gioco via e-mail, nell’estate del 2007, e avergli chiesto perché non fosse mai venuto in Italia a suonare, il frutto si è finalmente maturato e l’occasione presentata.
In realtà non è accaduto per miei meriti ma voglio considerare quell’invito via e-mail una sorta di talismano che ha messo in moto un meccanismo.
L’ultima leva di questo meccanismo ha messo su un aereo Charles Webster, portandolo da Sheffield fino a Mantova; sabato dunque la città era un po’ meno fredda del solito.
Lo so che in tanti vi starete chiedendo chi sia Charles Webster.
La risposta migliore a questa domanda è: ascoltate i suoi lavori e rispondetevi da soli.
Dopo più di venticinque anni di attività avete solo l’imbarazzo della scelta come testimonia la schermata di Discogs: 
http://www.discogs.com/artist/Charles+Webster
Ma in fondo, cosa rispondere a chi chiede: chi è Charles Webster?
Ammetto di essere un po’ in difficoltà con chi mi pone questa domanda perché la prima e più intutiva risposta che si può dare è: un Dj.
Quando la pronuncio però mi accorgo subito che in questa risposta manca quasi tutto.Chi non è “addetto ai lavori” e non mastica house o musica elettronica in generale ti guarda come se fossi un pazzo se a 33 anni suonati ti prendi un treno e ti fai 1000 km andata e ritorno per andare, da solo, a sentire un dj.
Ma è proprio questo il punto.
Charles Webster non è un semplice dj che mette i dischi.Quello lo facevo anche io 15 anni fa, per divertimento.
Ho letto su un articolo di stampa specializzata (chiaramente inglese) che “Webster è il dj dei dj e il produttore dei produttori.Ha venduto più di 100.000 dischi senza mai essere considerato “mainstream” (commerciale) e senza mai aver avuto una hit spinta da qualche major discografica”.
Cominciate a capire chi è?
Indipendentemente dai vostri gusti musicali, il solo fatto che sia riuscito a fare questi numeri senza appoggiarsi ai soliti circuiti commerciali che notoriamente tagliano le gambe agli artisti, non suscita il vostro rispetto?
Il mio sì, ma se il vostro tarda, vi guido nel suo modo di fare musica, per come l’ho scoperto io.
Questo è il suo primo pezzo che ho sentito, nel 2002, alla radio, durante Montecarlo Nights con Kay Rush. (chiaramente le immagini non c’entrano nulla):


CHARLES WEBSTER featuring TERRA DEVA - Ready


Dai fate la domanda… 
E' un dj?? 
Un dj fa queste cose?
Ma i dj non fanno solo "bum bum bum"?
Lui no.
Ma andiamo avanti.
Ready” è un singolo estratto dal suo primo cd uscito col suo vero nome.
Il cd è “Born on the 24th of july”, attualmente fuori catalogo, ma qui potete sentire 30 secondi delle 10 tracce.
http://www.lastfm.it/music/Charles+Webster/Born+On+The+24th+Of+July
Non so se vi rendete conto della classe e dell’eleganza con cui sono confezionati questi pezzi.
Comincia anche a voi a stare stretta la definizione di semplice dj?
Ancora no?
Un po’ di pazienza ancora e leggete i testi dei brani a quest’indirizzo:
http://www.jasononline.com/music/charles_webster/bornlyricsmain.htm
E’ vero, nella stesura dei testi lui ha “solo” collaborato e non so a che livello, ma converrete che è quantomeno inconsueto trovare un dj che si mette a fare dei pezzi down tempo, lounge, ambient, soft techno, soft house, chiamateli come volete tanto per me sono inclassificabili, con dei testi così profondi ed intimisti.
Di questo album è uscito, nel 2003, un versione remixed, “Remixed on the 24th of july” appunto con gli stessi pezzi, a tracklist invertita, rivisti da personaggi tipo Pèpè Braddock, Ian O'Brian, Theo Parrish, Matthew Herbert e Presence.
Anche questo cd è abbastanza introvabile ma potete sentire dei samples qui:
http://www.juno.co.uk/products/130681-02.htm
Parliamo proprio di Presence ora.
Sì perché con questo pseudonimo Charles Webster aveva fatto uscire un cd, nel 1999.
Questo:
http://www.allmusic.com/cg/amg.dll?p=amg&sql=10:j9fpxqekldje
Anche qui lo stile e l’eleganza sono inconfondibili ed ai massimi livelli e anche qui, nonostante “All systems gone” sia di fatto un cd deep-house, il sound si appoggia a dei testi splendidi.
Il mix tra suoni eleganti e ricercati, testi strepitosi e timbri vocali del calibro di Sarah Jay e Shara Nelson (Massive Attack), Steve Edwards e Terra Deva fanno dei lavori di Charles Webster autentiche perle di una categoria di musica a parte, unica ed inclassificabile.
Vi ho dato un’infarinatura; ora se vorrete, cercate e scoprirete anche il lato deep di Webster, quello che più propriamente lo vede impegnato nella produzione di splendidi e trascinanti pezzi house e altrettanti remix ascoltando i quali non si riesce a star fermi.
Una forza magnetica nei suoni e una potenza evocativa nella costruzione della tracce che non lascia scampo.Riesci davvero a staccare i piedi da terra mentre continui però a ballare, cullato dalla consapevolezza che qualsiasi cosa quest’artista tocchi diviene un miracolo musicale.
Tutto questa magia si è liberata sabato al Moxa-Club di Mantova, un club di cui non avevo mai sentito parlare e di cui vi consiglio un giro sul sito Internet.
http://www.moxa-club.com
La guest list che lo staff ha messo in piedi questi anni fa impallidire il Goa di Roma, il migliore club della capitale; vi ho detto tutto.
Simone, il proprietario del locale, e tutto il suo staff mi hanno accolto come un amico di vecchia data invitandomi a cenare con loro e con Charles Webster prima del dj-set.

Charles Webster cena con noi - In primo piano Simone 
Charles Webster cena con noi al Moxa Club, prima del dj set.

Prima e dopo la cena ho parlato a lungo con Charles a proposito dei suoi lavori, precedenti e futuri, su quali siano le sue ispirazioni e le differenze con altri artisti arrivando addirittura a discutere sul concetto di qualità a proposito di qualsiasi cosa si faccia nella vita.
E’ stato piacevolissimo parlare con lui e facendolo ho capito all’istante e in modo chiaro quali sono le fonti dell’ eccellenza dei suoi lavori.
Il talento innato, la passione per la musica, la continua ricerca della qualità, l’attenzione maniacale ma naturalissima per i dettagli, il tutto amalgamato da quella tranquillità che possiede chi, ben cosciente di avere tutto l’occorrente per fare bene, sa che è solo questione di mettersi e fare, perchè il risultato è garantito.
Dopo la cena la serata si è aperta col resident del Moxa, Club Squisito, anch’egli notevole nel gusto e la ricercatezza musicale; poi finalmente Charles Webster è andato ai piatti, o meglio, ai Cdj e ha iniziato a far ballare a suo modo.

Il resident del Moxa, Club Squisito, inizia a scaldare la serata



Charles Webster in azione ai CDJ





Ogni tanto scorgevo nella tracklist qualcosa di conosciuto ma il più della volte si trattava di pezzi mai ascoltati.
Dopo una mezz’oretta di riscaldamento ho iniziato a ballare e non ho più smesso fino alle 5 del mattino.
Era tanto che non ballavo così ma il sound era troppo coinvolgente e di stare fermi non se ne parlava neanche.
Tutto lo staff del Moxa era nei pressi della consolle e la serata è volata in un clima di assoluto divertimento e amichevole confronto con Alex Ferrazzi (giovane ma autentico pozzo di scienza riguardo la vocal-house e la garage primi anni '90) sull’eleganza del dj set di Charles, che sembrava essere fatto di un’unica traccia di 4 ore, tanto è stato tecnicamente ineccepibile.
Stilisticamente non ci sono parole.Dovevate solo esserci.
Una serata indimenticabile, culminata con le ultime chiacchiere fuori dal locale con Simone e il suo staff e i saluti finali con Charles che si allontanava nella nebbia di Mantova.
Preso subito il treno sono rientrato a Roma la mattina stessa e ho quindi saltato una notte di sonno; l’evento però era talmente unico che con piacere io stesso ho mandato a dormire Morfeo per una notte intera.
Ultimo consiglio, dunque: cercate ed ascoltate con attenzione le sue produzioni e se siete all’estero e vi capita di sentirlo dal vivo non ci pensate neanche.
Fiondatevi e non ve ne pentirete
.



Un ringraziamento particolare a Giuseppe per le foto che ha fatto con la sua digitale (visto che io avevo solo la fotocamerea del cellulare!) e che mi ha gentilmente inviato per email.
19 dicembre 2008
Retro-Pensieri
Ho deciso di dedicare i primi post ad un paio di cosette interessanti che ho visto lo scorso novembre.
Poi mi concentrerò sugli eventi futuri ma di questi appuntamenti voglio parlarne perché mi hanno davvero colpito
.



permalink | inviato da pensieriacusmatici il 19/12/2008 alle 11:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
cinema
19 dicembre 2008
CINEMA FRANCESE A ROMA



France Cinema 2008 al Cinema Farnese
(24-26 novembre 2008)


Benebene.
Da più di venti anni, a Firenze, l’Associazione François Truffaut organizza un rassegna di cinema francese, “France Cinema”.
Quest’anno i curatori della rassegna, Aldo Tassone e Françoise Pieri, sono riusciti in via eccezionale a portare al cinema Farnese di Roma le pellicole proiettate a Firenze.
La retrospettiva riguardava film sceneggiati in tandem da Jacques Prévert e Marcel Carnè e diretti da quest’ultimo.
Durante la rassegna sono riuscito a vedere “Les Portes De La Nuit”, "Les Enfants du Paradis” e “Le Quai de Brumes”.
Beh, che dire.
Non mi capacito di come tali perle siano cadute nel dimenticatoio.
A parte l’altissima qualità ed efficacia della regia di Carné, che riesce con una magia a far rivivere allo spettatore le frizzanti atmosfere della Parigi dell’immediato dopoguerra, a far brillare queste pellicole contribuiscono poetiche sceneggiature che sono di fatto dei versi di una bellezza affascinante, scritti su misura per delle attrici di uno splendore e di un’eleganza che oggi non hanno più termini di paragone.
Qualche esempio:
Ne “Les Portes De La Nuit” un giovane canta su una scala del metrò una canzone malinconica scritta da Prévert:

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell'abbagliante splendore del loro primo amore.


Oppure in “Les Enfants du Paradis” la bellissima Arletty che interpreta Garance (il nome di un fiore) risponde così al suo adulatore, il mimo Baptiste, che dopo averla incontrata ha paura di non rivederla più perché Parigi è una grande città:

-Parigi è grande, sapete.
-Parigi è piccola per chi si ama come noi, di un così grande amore.

O ancora lei risponde così a lui, che vorrebbe averla tutta per sé:

– Non me ne dovete volere, ma infine non sono affatto come volete voi. Bisogna comprendermi, sono semplice, tanto semplice: io sono così, amo piacere a chi mi piace, e quando ho voglia di dire sì non so dire di no.

E ancora lei, ritrovando lui dopo tanti anni:

– Siete sempre stato in me. Vi ho pensato ad ogni istante. Voi m'avete impedito di invecchiare, di discendere, di rovinarmi. Trovavo la mia vita talmente misera, mi sentivo così sola ma dicevo: non dovrai mai essere triste, dovrai essere sempre lieta, perché qualcuno ti ha amata 

Le pellicole proiettate a Roma venivano direttamente da Parigi ed erano chiaramente in lingua originale, con i sottotitoli in italiano.
Quella che il cinema Farnese ha offerto è stata un'occasione unica per vedere queste gemme di una bellezza ahimè perduta nel cinema contemporaneo e tanti non se la sono fatta scappare.
La fila per la replica di "Les Enfants du Paradis" arrivava quasi alla statua di Giordano Bruno.
Mi risulta che negli archivi Rai ci siano 3-4 titoli del duo Carné/Prévert e credo che Mediaset ne abbia 1-2.
Non sono assolutamente distribuiti in Italia e per trovare qualche copia bisogna acquistare su Ebay.
Ma anche qui non si ha la certezza di vedere una copia originale dei film."Les Enfants du Paradis" ad esempio dura originariamente più di 3 ore ma nelle poche copie in commercio la durata è limitata a meno di 2 ore.
Per fortuna ci viene in aiuto Youtube da cui ho pescato questi brevi ma intensi filmati:

LES ENFANTS DU PARADIS


In questa scena il mimo Baptiste vede per la prima volta Garance e se ne innamora all'istante.
Lei viene accusata da uno spettatore di aver sottratto un orologio e sta per essere arrestata.
Ma Baptiste, avendo visto tutta la scena dal palco, mima al poliziotto come sono andate le cose e ne viene fuori una scena divertentissima.
Ma guardate proprio alla fine della sequenza il modo con cui Garance si congeda da Baptiste;osservate il gesto della mano quando gli manda un bacio a distanza e ditemi se avete mai visto una grazia ed un' eleganza così in un film "moderno".
E ancora guardate questa scena di "Le Quai des Brumes" con Michele Mòrgan e Jean Gabin:

LE QUAI DES BRUMES


Lei è di una bellezza disarmante e la fine del dialogo è di uguale livello: 

-T'as de beaux yeux tu sais
-Baise moi

Decisamente l'unica cosa che Jean Gabin potesse dire.

17 dicembre 2008
CHE CI FACCIO QUI?
 


Ieri sera pioveva.

Tanto.

Ero a casa che rimuginavo con un sottofondo musicale nuovo di zecca e quanto mai appropriato, Dream Wide Awake degli Omnimotion. (Se volete ascoltare dei samples andate qui: http://www.regenmag.com/Reviews-914-Omnimotion-Dream-Wide-Awake.html)

Alla traccia 3, Days of Silence, si cementifica all’improvviso nella mia mente un pensiero che mi vorticava nella testa da un po’.

Mi alzo dal divano con una certezza: apro un blog.

E stamattina eccomi qui.

Per introdurre il mio blog prendo in prestito la regola fondamentale del giornalismo anglosassone: la regola delle 5 W.

Who, What, Where, When , Why.

Cinque informazioni essenziali che riassumono motivi ed intenti di questa decisione.

Chi sono non è importante quanto quello che scriverò quindi per tutti, semplicemente, sono Domenico e ho 33 anni.

Stop.

Quello che mi preme invece sottolineare è che ho deciso di creare questo spazio per mettere nero su bianco i pensieri che sorgono dall'analisi di un’esperienza.

E non solo; lo faccio anche per cristallizzare i miei personali momenti di crescita in modo da evitare che si disperdano.

In questo senso mi accorgo che se avessi cominciato prima conserverei ancora qualcosa di tangibile delle decine di appuntamenti, concerti, mostre, film, conferenze, rassegne, spettacoli teatrali seri e non, libri, film, cd e tutte le altre belle cose che si trovano, ad esempio, nelle pagine “Cultura & Spettacoli” dei quotidiani.

Con questi mattoni del passato ho costruito una consapevolezza inconsapevole dalla quale molto probabilmente è scaturito questo blog.

Ma evidentemente non basta; troppe cose..

Ormai faccio troppa fatica ad immaganizzare le esperienze.

Ho finito la memoria e mi serve un altro hard disk.

Voglio tenermi un frame di tutto.

E metterlo qui.

Siete tutti invitati.




permalink | inviato da pensieriacusmatici il 17/12/2008 alle 17:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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