QUELLO CHE SCRIVEVA MIA ZIA...
...30 e più anni fa è ancora oggi di un' attualità sconvolgente.
Mia zia Erminia Circosta partì missionaria convinta per il Brasile, negli anni '70; le esperienze vissute a contatto con quegli elementi, che dovevano razzolare tanto bene quanto pregavano ma non lo facevano, le fecero cambiare radicalmente opinione su tutto quel mondo che prima di allora l'aveva avvolta.
Si trovò così a lottare contro meccanismi di potere presenti anche nel Movimento di volontari nel contesto del quale svolgeva attività di promozione umana ed evangelizzazione.
Dirò di più di lei in altri post, anche perchè sta preparando un' autobiografia dopo aver già scritto un libro dal titolo "Movimenti popolari in Brasile di ieri e di oggi" pubblicato dal MAIS (Movimento per l'autosviluppo l'Interscambio e la Solidarietà) nel contesto di un progetto di cooperazione in Brasile.
Per ora posto alcuni suoi articoli pubblicati all'epoca su dei quotidiani di Belèm (Brasile) il cui valore mi pare quanto mai attuale proprio in questi giorni.
Prendetevi del tempo per leggerli.
Ne vale la pena.
O ESTADO DO PARÁ
Belém, domenica 23 aprile 1978- pag. 6
SCRITTI
DIO, PROIEZIONE DEL CAPO TRIBÚ
La storia dell’umanità è costellata di eroi o leaders come li chiameremmo oggi. I popoli antichi crearono grandi epopee intorno a individui che in qualche modo incarnavano le più profonde aspirazioni degli uomini. Pensiamo a Giuseppe d’Egitto, a Mosé, agli eroi greci e romani fino ad arrivare agli eroi cristiani, ai santi, agli eroi patriottici e politici: Luther King, Gandhi, Kennedy, Mao, Giovanni Paolo XXIII.
Civilizzati o meno, i popoli hanno bisogno di avere i loro leaders. Di fronte a questo fenomeno la moderna scienza della psicologia si mise alla ricerca delle cause e scoprì un immenso universo nella sua stessa psiche umana individuale e collettiva. Un universo psichico nel quale occupano un posto di rilievo le costellazioni degli “archetipi” energie potenziali che al primo contatto con l’aria esplodono dando origine a numerosi simboli che alimentano il pensiero, le iniziative, le aspirazioni e le realizzazioni degli uomini di tutti i tempi.
Si tratta degli archetipi che si agitano nell’inconscio collettivo i quali sono comuni a tutti gli uomini senza distinzione di razza, età, cultura civiltà: nell’uomo primitivo così come nell’uomo dell’era atomica; nel filosofo e nel pescatore. Tra gli archetipi occupa un posto privilegiato quello di Dio, che nel corso dei secoli diede origini a numerosi movimenti: artistici, bellici, morali e religiosi, tra altri.
Il filosofo e teologo cristiano san Tommaso d’Aquino chiamò questo archetipo Dio, presente in tutti gli uomini e in tutti i popoli, “consenso universale”. Una delle cinque prove dell’esistenza di Dio del sistema teologico tomista.
L’erudito psicologo Jung dice che gli archetipi sono cosmici, sono essi che determinano il progresso dei popoli, stimolano gli artisti creano le basi delle religioni, ispirano le eterne leggende, l’amore così come la vita quotidiana.
L’archetipo di Dio è probabilmente il più antico, sorse con le emozioni dei primi uomini i quali si scontravano, per la prima volta, come essere coscienti e diversi, con la natura, sperimentandone la forza invisibile creatrice e distruttrice di se stessa. L’archetipo di Dio è intimamente legato al Padre, cristallizzato anche intorno alle profonde emozioni sperimentate davanti ad un essere forte, glorioso, potente, come il capo del clan, simbolo di Dio.
Nessuno sa se è più antico l’archetipo di Dio o quello di Padre. Sembra però che entrambi vennero alla ribalta della storia dell’umanità fin dall’inizio. Il processo avrebbe come punto di partenza il capo del clan, passando attraverso il padre giusto, punitivo, dell’Antico Testamento, fino ad arrivare al Padre buono e pieno di misericordia del Nuovo Testamento: Padre nostro che sei nei cieli. Perchè in “cielo” ossia in “alto” non a “destra”, a “sinistra”, in “basso”?
Gli uomini di tutti i tempi sempre avvertirono un certo complesso di inferiorità di fronte alle forze della natura. Prendendo coscienza della propria impotenza guardavano verso l’alto, dove, secondo loro, abitava il grande capo del clan proiettato in Dio.
E’quello che succede ancor oggi a ciascuno di noi. Quando ci troviamo di fronte a situazioni difficili, a problemi che superano le nostre capacità umane, rivolgiamo il nostro sguardo verso l’alto, verso Dio, nella speranza che egli risolva i nostri problemi. Il Cielo, per gli antichi, e anche per molti uomini moderni, è simbolo dell’infinito, dell’eterno, del potere. Tutto ciò che si trova in “alto”, affascina, entusiasma, conquista, ispira fiducia, dà sicurezza.
Era logico che i primi uomini proiettassero l’idea di forza colossale e invisibile della natura, con la quale si misuravano continuamente, in un essere la cui abitazione occupava il punto più alto del cielo: la Bibbia parla di Cielo dei cieli, concetto questo che diede origine ad un’altra espressione usata dall’autore biblico nella descrizione del tempio di Gerusalemme: Santo dei santi” Luogo più interno del tempio dove si concentrava la presenza di Javè, luogo inaccessibile, riservato esclusivamente al sommo sacerdote e solo una volta all’anno.
Lo stesso concetto ripreso dalla nostra chiesa si applica al tabernacolo, o sacrario, il luogo più intimo, più distante dal popolo, inaccessibile nelle nostre grandi cattedrali, riservato esclusivamente al sacerdote fino ad alcuni anni fa, e attualmente, dopo le riforme liturgiche, ai diaconi o persone provviste di autorizzazione.
A questo essere proiettato verso l’alto gli uomini attribuiscono poteri assoluti: creare, castigare, punire, perdonare, condannare all’inferno, luogo che secondo i primi uomini e secondo le attuali credenze popolari, non dovrebbe essere molto diverso dalla cantina dove i genitori mettevano in castigo i figli disobbedienti!
Nelle mani di questo dio, onnipotente, gli uomini mettevano armi potenti come il lampo, il tuono, la tempesta, il terremoto, armi che egli utilizzava contro gli uomini che mangiavano il “frutto proibito”. Ancora oggi in pieno secolo XX! questa concezione di Dio è viva in mezzo al nostro popolo, molto sensibile alla pratica di una religiosità magica, superstiziosa, feticista.
Numerosi sono i simboli che emanano da questo archetipo di Dio. Tra essi menzioniamo il sole, simbolo che comanda l’agire umano indipendentemente dalla coscienza degli uomini.
Quando si parla di “fiamma d’amore, fiamma viva di ricordi, oppure dei tanti sacri cuori che tappezzano le pareti di molte case, di ostensorio, portato a spasso in occasione della processione del Corpus Domini, di corone utilizzate per le varie regine, di “cavallo” ecc. anche se inconsciamente si fa riferimento al “sole” simbolo di Dio. Il re in abiti civili non avrebbe alcun significato per il popolo ma nei suoi paramenti reali diventa un altro essere. Un re senza corona e scettro che razza di re è?
Davanti ad un re con la corona, con lo scettro, seduto sul suo trono di gloria i popoli perdono il controllo emotivo e razionale! E’ chiaro che il fascino del potere non risiede nell’uomo ma nella sua corona, nel suo scettro, nel suo mantello tempestato di perle preziose e di fili d’oro intrecciati. La corona del re richiama la corona solare che concretizza e rende visibile l’archetipo di Dio Padre. I gradini che portano al trono simbolizzano la distanza che esiste fra dio e gli uomini, fra il re e i suoi sudditi. L’uomo che siede sul trono, il re, passa dall’ordine materiale all’ordine spirituale. Egli diventa re, padre del popolo, separato dal popolo. Così anche questo uomo-re diventa inaccessibile come Dio e per questo si sente signore assoluto del popolo su cui esercitare poteri di vita e di morte.
Ricordiamo qui il carattere sacro dei re nel contesto storico-religioso del popolo ebreo e le usanze vigenti nel medio evo quando i monarchi ricevevano la corona, ossia il potere, dalle mani del papa, gesto che garantiva i monarchi la condivisione del potere divino e perciò stesso la consolidazione del potere e il diritto di disporre a piacimento della vita dei sudditi:”Qualunque autorità viene da Dio” sostenevano e ancora:” La volontà del re è la volontà di Dio”. “Chi trasgredisce gli ordini del re offende Dio”.
E’ successo che nel corso dei secoli, in nome di questa “autorità che viene da Dio” furono commessi atroci delitti contro la vita fisica e la dignità delle persone. Per queste atrocità possiamo forse responsabilizzare Dio?
Oggi i “re” sono quasi passati di moda e i due poteri, temporale e spirituale, nella società occidentale, si dicono indipendenti e autonomi. Ma fino a che punto sono indipendenti e autonomi?
Nonostante ciò quando un individuo, nei vari settori di attività umana, riceve l’investitura di qual si voglia potere, si esige la presenza del rappresentante di Dio, perché benedica e consacri il potere e tutte le sue manifestazioni, anche quelle che cozzano con il buon senso e le legge naturale insita nelle coscienze.
Generalmente fanno appello a questo archetipo di Dio anche i leaders politici durante le campagne elettorali. Individui che non sono mai entrati in una chiesa, durante al campagna elettorale si improvvisano devoti peregrini e passano da un santuario all’altro, da una chiesa all’altra per presenziare le messe di maggiore partecipazione. Occupano i primi posti affinché tutti possano prendere atto del loro fervore religioso. Gli elettori si sentono rassicurati da un uomo politico il cui potere umano conferitogli dal voto popolare, attraverso l’approvazione e la benedizione di Dio, acquista anche carattere divino che lo rende inviolabile.
Al momento di dare il voto, il simbolo di dio salvatore si materializza nella persona di quel leader buono e potente, come dio!.
Un simbolo religioso molto significativo che richiama il sole, è la tiara papale, espressione tipica dell’archetipo di dio padre. Il papa è considerato, per diritto, il rappresentante di dio in mezzo agli uomini. Il trono papale, i pulpiti, gli altari tradizionali sono tutti elementi che rimandano alla concezione e all’archetipo di Dio Padre che è nei cieli. Salendo i gradini che portano all’altare, al trono, il sacerdote si separa dal popolo, come dio, egli si pone ad un livello superiore, diventa inaccessibile, se trasforma e assume il ruolo di dio padre. Forse è questo desiderio di continuare a rappresentare il ruolo di dio padre, l’onnipotente, il santo, l’intoccabile, che induce il francese Lefévre e i suoi seguaci sparsi per il mondo cattolico fondamentalista, a mantenere la sacra e intoccabile tradizione! Perché molti sacerdoti, soprattutto se religiosi, non vogliono dismettere la tunica nera?
Per la maggior parte del popolo l’archetipo di dio è simbolizzato dall’autorità in uniforme. L’uniforme separando le autorità dal popolo garantisce loro il potere e il rispetto. Se un vescovo, un cardinale, un militare si toglie l’uniforme egli si volgarizza, perde il suo potere,, il suo prestigio, si sente insicuro.
Ogni tanto vaga nella nostra città qualcuno che veste la veste talare o una divisa e si presente come dirigente di opere di carattere umanitario e religioso, in realtà altro non è che uno sfruttatore e impostore. Nonostante ciò in virtù della veste talare che porta riesce sempre a battere cassa. E’ il caso di un certo Monsignor Divino Alves Ferriera, che ebbe il coraggio di presentarsi nello studio di un’emittente radiofonica per presentare gratuitamente la sua pubblicità truffa.. Conosciamo anche qualche missionario che in terra di missione non usa veste talare ma quando si reca in patria con l’obiettivo di chiedere aiuti per le sue attività, più o meno caritative, tira fuori dal cassetto la vecchia e sbiadita veste talare!
Simbolo dell’archetipo di dio padre possono essere anche considerati le associazioni, soprattutto quando sono gruppi chiusi, enti caratterizzati da una forte coesione,: associazioni religiose, sette religiose, così come organismi fiancheggiati da partiti politici o enti filantropici.
Siamo certi che una massa di uomini non avrebbe creato uno dei maggiori movimenti della Storia se Hitler, per questi uomini, non fosse stato simbolo dell’archetipo di dio salvatore.
Altro archetipo intimamente legato a quello di dio padre è l’archetipo della coscienza di colpa, così generalizzato e universale che meritò l’appellativo di “peccato originale”.